Gen 18, 2018 - Costume    Commenti disabilitati su A proposito di #metoo, tra potere e valore

A proposito di #metoo, tra potere e valore

metooLo so, è stato scritto tutto. Ha senso che ora aggiunga la mia voce su questa vicenda di , #, che vestono in nero? Non avevo nessuna intenzione di scriverne. Poi, a un certo punto, mi è salita un’urgenza. Perché mi è sembrato che, nel fiume di discussione, non si fossero presi in esame, non abbastanza, due elementi. E più ci riflettevo, più mi pareva importante metterli a fuoco. Almeno per me.

Ci provo, sapendo che la materia è scivolosa perché riguarda casi diversi, impossibili da ridurre a un denominatore comune (e questo è il primo effetto distorsivo della campagna sui social, a volte sconfinata in caccia alle streghe). E perché anche i  casi simili, riguardando i rapporti tra due persone, non sono mai paragonabili. Ma ci provo.

Potere e . Sono queste le due parole che, mi pare, vanno guardate fino in fondo. Fin dove brucia e non è politicamente corretto.

La premessa, ovvia ma diciamolo, è che lo stupro, la , sono una cosa ben precisa e, ovvio, vanno condannati nel modo più ferreo. Ma qui, mi pare, si parla di una cosa leggermente diversa. Si parla di molestie, avances, ricatti sessuali – tu vieni a letto e io in cambio… – che possono sconfinare in una . Ma non è detto che la dinamica sia così evidente. Non è detto che ci sia una costrizione vera e propria. Eppure è . Ma sempre? E quando non lo è? Perché per dire che ci sia, bisogna definire anche quando non c’è.

Il molestatore, quello che ci prova, più o meno violentemente, con una donna più o meno consenziente, sta esercitando un potere. Usa un potere – che gli è dato dal ruolo, l’età, lo status, i soldi, la carica, il lavoro – per ottenere qualcosa. Sesso. Ma non solo. Attenzione, autostima, eccitazione, sentirsi giovane. Insomma quella roba lì. Ma il potere è solo dell’uomo? Ed è a senso unico? A essere onesti, bisogna dire di no. Può essere potere anche quello della donna che, sapendo esattamente quello che fa, magari standoci anche male oppure no, lascia che un uomo usi il proprio potere su di lei, accettando il ruolo di preda. Sta usando il potere del proprio corpo. O del proprio fascino. Le ragioni possono essere varie. Lo fa pensando di potere (ancora il potere) ottenere qualcosa in cambio. Lo fa perché si sente senza via d’uscita. Perché ha paura di non potere (il potere questa volta come mancanza) ottenere con i propri mezzi quello che desidera.  Lo fa perché ha paura che, se si nega, ne avrà ritorsioni sulla sua vita, sulle sue ambizioni. Lo fa perché pensa che lo fanno tutti. Allora si può (potere, di nuovo). Lo fa perché crede che, accettando, avrà prima quello che le sarebbe dovuto ma che non ha. Potrà (potere) finalmente fare quello che vuole.  Lo fa liberamente. E se anche, da un certo punto di vista, è preda, vittima, ha esercitato un potere. Poi, anni dopo, guardandosi, può anche pentirsene. Vedere le cose in modo diverso. E avere nausea per quell’uomo. E per sé. E sentire tutto il bruciore di quel momento. Rendersi conto di aver sbagliato tutto e che quello era un porco. Ma si trattava di molestia, di stupro? Non so.

Si è molto parlato delle molestie nel mondo dello spettacolo, meno di quelle che leggiamo sono avvenute in corsi post-accademici o scuole superiori. A me pare che un discrimine fondamentale sia l’età e la consapevolezza. La violenza c’è innanzitutto se una delle due parti non è nella pienezza della sua libertà. Per l’età, per un’immaturità legata all’esperienza, per una non consapevolezza della situazione dovuta a mille ragioni personali,  culturali, di contesto. Quando c’è uno squilibrio tra i due nel controllo di sé. Ma deve essere evidente. E uno lo sa benissimo se c’è o no. In questo caso la violenza può esserci persino se non c’è un gesto violento, una costrizione vera e propria. Persino se non c’è un atto sessuale. Anche se la parte forte è suadente. Comincia con una violenza psicologica, altrettanto grave di una fisica. Prosegue con un controllo, una sudditanza, a volte persino un plagio di cui la parte debole non è conscia. Badate, non è detto che questa debolezza coincida con la minore età. Può essere anche dopo (vedi il caso Bellomo). La rapina sessuale è solo l’ultimo atto di una rapina mentale, forse ancora più grave. E che lascia ferite profonde, indelebili. Se il gioco di potere descritto prima avviene tra due adulti, nel pieno delle rispettive libertà, è un fatto che, nonostante ci sia una parte che prevarica, attiene alle scelte dei due. Anche se nel tempo può portare una delle due parti a sentire un dolore profondo, un senso di ingiustizia.

Ma se accade tra due persone di cui una non è pienamente libera, per consapevolezza di sé, è tutt’altra cosa. Qui sì che c’è la violenza. Altro che molestia. Qui c’è un delitto. Questa dinamica è talmente grave – e, purtroppo, frequente – che non va attribuita con leggerezza a situazioni che magari sono dolorose, ma sono ben diverse.

Ultima parola: valore. Tutti ci siamo soffermati sull’uomo molestatore o presunto tale. Il mostro. I mostri. Parliamo di noi donne. Tralasciamo i casi estremi dove lo stupro è palese, soffermiamoci sulle sabbie mobili delle molestie, dei ricatti, delle avances opportune o inopportune tra adulti liberi. Perché una donna cede? In fondo, in fondo, perché? Perché dopo anni di emancipazione sessuale, rivoluzione femminista, scalata al potere delle donne, conquiste, consapevolezza di sé eccetera eccetera, ancora tante donne cedono a ricatti sessuali, offrono il corpo, senza provarne piacere, ma solo per fare carriera o per continuare a fare quello che fanno o per ottenere qualcosa di più?  Perché non mollano lo schiaffo sacrosanto e tanti saluti? Certo, in alcuni casi per paura o sudditanza. Ma è solo questo? A me pare che sotto sotto ci sia un problema di valore di sé. Di stima, avrebbe detto mia zia. Che valore dò a me? Io cosa valgo? Chi mi dà valore? Chi mi dice cosa valgo?

Ciascuno di noi ha bisogno di sapere che vale qualcosa. Anche l’uomo. Ma, a differenza della donna, l’uomo trova il valore nel fare. La donna, mi pare, si misura sullo sguardo che qualcuno le rivolge.  Da lì valuta se stessa. E’ lo sguardo di un altro a darle valore. Per questo diventa preda più facile. Consenziente o no.

Qui, mi pare, il ha fallito. Siamo diventate sessualmente libere. Abbiamo scale di valori diversi dalle nostre nonne. Siamo, però, ancora dipendenti dallo sguardo di un altro. Aspettiamo ancora che un altro, un uomo, un poveretto come o peggio di noi, ci dia valore. Magari non è più il marito. Magari il valore non coincide più con l’essere la moglie perfetta, ma con l’essere la donna perfetta, con un lavoro e una vita sociale perfetta. E allora lo sguardo si aspetta dal capo, dal potente, da quello che potrebbe avere tutte e, toh, guarda noi. E così tendiamo a diventare prede. Emancipate, ma prede. Per avere uno sguardo che ci dia valore.

Sia chiaro, non è che il maschio sia messo meglio. L’uomo da cui attendiamo lo sguardo che ci dia valore o è un violento o, nella maggior parte dei casi, un debole. Uno che non ha idea nemmeno di chi è lui. Un uomo devirilizzato. Ma questo è un altro discorso. Già sarebbe molto smettere di affidare ad altri il valore di sé. O almeno provare  a farlo. Il rischio è di non darsi alcun valore. Non sono guardata, valgo nulla.

Ma l’alternativa c’è. E, quando si vede, è splendente. L’alternativa la vedi in donne che non dipendono dallo sguardo di un uomo e però sono belle. Bellissime. Brillano di valore. Ecco io, in questa storia di metoo, ripartirei da loro.

 

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