Nov 26, 2017 - Politica    Commenti disabilitati su Amazon, la crescita infelice.

Amazon, la crescita infelice.

amazon1 assume. E’ un colosso multinazionale che rappresenta l’uscita dalla crisi. E che uscita. Cresce a livello esponenziale. Moltiplica, giorno dopo giorno, vendite in tutto il mondo. Sbaraglia negozi, centri commerciali, persino outlet. In pochi mesi sta rivoluzionando la geografia del commercio, spazzando vecchi mestieri e inventandone di nuovi. Dimostra che il cambiamento può demolire vecchi mestieri, ma anche crearne di nuovi.

Eppure gli operai di Amazon,  nei giorni scorsi, hanno scioperato. Nel black friday, il nuovo giorno immolato ai super sconti, quello che – altra novità – ha surclassato il primo giorno dei saldi. Roba vecchia. Hanno scioperato nel giorno più importante dell’e-commerce. Come se i negozi che vendono alberi di Natale scioperassero alla vigilia di Natale.

Hanno scioperato perché molti di loro lavorano in condizioni disumane. Pause ridicole per mangiare, tempo razionato per il bagno, macinare 20 chilometri lungo lo stabilimento per sistemare i pacchi. Capi che fanno pressioni indebite, piccole violenze psicologiche, malattie da lavoro, uso abnorme di psicofarmaci. Questo raccontano le inchieste. Magari esagerano? Non lo so. Forse. Ma anche al netto di possibili esagerazioni, qualche problema deve esserci se una azienda apparentemente in grande salute, che assume anziché licenziare, viene fermata da migliaia di operai che, altrimenti, dovrebbero solo festeggiare.

Cosa c’è che non va?

A me pare che la storia di Amazon racconti molto di questo tempo. Ci sono contraddizioni, diseguaglianze, ingiustizie, che le statistiche non fotografano. La crescita del , il fatturato, il numero dei contratti, non sempre coincidono con il miglioramento della vita delle persone. Né dei lavoratori, né dei consumatori. Dietro ad aziende che assumono, possono nascondersi storie di ingiustizia. Di disumanità. Allora è meglio quando non assumono? Certo che no. Ma il benessere non si misura con gli incassi. E’ vero nel piccolo e nel grande.

Allora tifiamo per la decrescita felice? No. La decrescita non è mai felice. Ma la crescita non basta per essere felici. Anzi, certe volte causa nuove forme di infelicità. Perché c’è un fattore indipendente dall’una e dall’altra: il fattore umano. L’uomo sta bene se è trattato da uomo. Se è trattato da quello che è: una persona. Non una merce, una risorsa, un numero, una funzione. Ma come uomo. Ed è questo che rende un’economia sana. E persino produttiva. Feconda.

Questo, tragicamente, oggi manca. Sempre di più. Quasi dappertutto. Si trattano i lavoratori come strumenti, oggetti. Cose. Lo si fa nelle aziende che funzionano e in quelle che non funzionano. Nelle aziende private o pubbliche. Lo si fa nell’organizzazione degli orari, nell’escludere sempre dalla visuale il fatto che una persona ha una famiglia, una vita personale. Nell’usarlo, nel parlargli come fosse una macchina. Nell’organizzare il suo lavoro come fosse una macchina. Lo si fa guardando le persone solo come funzioni di un prodotto.

Eppure esiste un’alternativa. Ci sono stati, ci sono, imprenditori che guardano ai loro operai come a persone. Ed è l’unica strada che funziona.

L’unica economia che funzioni è quella in cui le persone sono persone. In cui il tempo è per la persona e non viceversa. In cui si perde tempo per guardare negli occhi un operaio. Altrimenti, avremo solo storie come questa. Fatturati che schizzano e persone che muoiono di infelicità.

 

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