Ott 2, 2017 - Politica    Commenti disabilitati su Catalogna, l’ennesimo grido inascoltato

Catalogna, l’ennesimo grido inascoltato

catalunya3Quello che è successo in ripropone un copione nei fondamentali già visto. Brexit, elezioni negli Usa, moltiplicarsi di partiti indipendentisti, sovranisti. Qui, in più, c’è l’aggravante di una gestione ottusa sfociata in violenza. Ma il filo che lega queste diverse vicende c’è. E si ingrossa.

Veniamo da venti anni in cui ci hanno raccontato che le magnifiche sorti progressive verso cui camminavamo, puntavano a unioni politiche sempre più grandi. Ne avrebbero giovato, ci hanno raccontato, le nostre democrazie e le nostre economie. Come accade nel mercato, dove le multinazionali o le joint-venture sono la strada obbligata del progresso.

Mentre questo accadeva,  con cessioni di sovranità sempre maggiori accompagnate da un impoverimento progressivo, nei popoli cresceva lo scetticismo: dov’è l’aumento di democrazia, di benessere? È cosi si formava una spinta opposta: quella a rivendicare la propria singolarità, la propria differenza e autonomia, la propria resistenza a non intrupparsi nella multinazionale democratica (peraltro assai poco democratica nella scelta dei suoi vertici).

Una tensione accompagnata da un’altra rivendicazione, sempre più forte: quella a potersi esprimere, autodeterminare, a poter votare per il proprio destino di popolo, di paese. A essere padrone delle scelte, non a trovarsi direttive emanate da signori mai votati.

La questione dell’identità si è intrecciata a quella democratica.

A rendere lo scontro più forte si è aggiunta la crisi economica, con l’esplosione degli “invisibili”, del forgotten man. La crisi ha lasciato per strada milioni di “scarti”, come direbbe il Papa, uomini e donne anagraficamente nel pieno della loro forza lavoro, ma scaraventati fuori dal mercato. Per mesi, anni, per sempre. E ha cancellato intere generazioni di ex giovani, prolungando all’infinito la loro ricerca di lavoro, fino a espellerli dal mercato. Inutilizzabili. O nuovi schiavi, nella giungla sempre più fantasiosa del precariato (false partite iva, finte consulenze, lavoro nero, subappalti).

Cosa c’entra con quanto è successo in Catalogna?

C’entra. Perché ancora una volta da una parte ci sono milioni di persone che chiedono di poter parlare, di potersi almeno esprimere, di poter gridare la loro voglia di essere considerati. Dall’altra un potere (impotente e perciò violento) che risponde in modo burocratico: il è illegale, non va fatto. Da una parte l’insoddisfazione delle persone  per istituzioni che non li rappresentano, per un ordine che non funziona più, dall’altra un’élite di governanti che replica con la norma o i proiettili di gomma.

Il referendum catalano è stato bocciato dalla Corte costituzionale spagnola. Era illegittimo. Ma la domanda che gridano i catalani può essere ridotta a una questione di competenze costituzionali e di ordine pubblico?

Se i catalani chiedono più autonomia, come i lombardi, come i veneti, come i baschi, come gli scozzesi, non sarà più intelligente chiedersi perché, cosa non funziona negli stati nazionali che abbiamo costruito, anziché arroccarsi nella burocratica difesa delle nostre bellissime Costituzioni?

Invece no. Ci ostiniamo a chiamarli populisti, nazionalisti, indipendentisti. A irriderli. E ogni anno crescono. E le spinte centrifughe crescono. Mentre le unioni si appannano, arrocate nei loro palazzi sempre più distanti.

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