Set 23, 2017 - Politica    Commenti disabilitati su Il drammone smentisce l’ideologia. Ma non si può dire

Il drammone smentisce l’ideologia. Ma non si può dire

griollodimaioLa ribellione, poi rientrata, di Roberto Fico. La pace armata tra lui e Luigi . L’ascesa, finalmente compiuta, del predestinato, “Giggino”. Il più lontano, come immagine, dal prototipo grillino. La competizione tra lui e , poi risolta in un patto di ferro (ma fino a quando? si chiede il pubblico). L’investitura del nuovo capo da parte del Capo Supremo (Beppe ). Il Re padre che abdica, ma rimanendo sempre a fianco del o di sopra al nuovo sovrano. Perché così acclama a gran voce il popolo (e il pubblico). L’eminenza grigia di Casaleggio Junior: che sovrasta dall’ombra.

Poi, in questo drammone, ci sono i co-protagonisti: il prudente Nicola Morra, la sanguigna Paola Taverna, il secchione Alfonso Bonafede. I sostenitori di Giggino, quelli di Dibba. Le chat segrete, gli spifferi contro Tizio o Caio, le accuse. Mentre le due amazzoni dell’epopea grillina, Chiara Appendino e Virginia Raggi, ingaggiano la loro personale battaglia con le rispettive città.

Le cronache del sembrano, a metterle in fila, il soggetto di un grande film. O di una serie Sky. Di quelle lunghe, appassionanti. Ci sono tutti gli ingredienti narrativi che fanno funzionare una trama: amicizie, tradimenti, colpi di scena, patti, ascese, discese. Elementi umani. Per questo capaci di appassionare. Perché ti identifichi in quello o quel personaggio.

Soprattutto, è un intreccio che, indipendentemente dalla volontà dei singoli, è la totale negazione del Grande Presupposto su cui l’ grillina si fonda (o fondava): uno vale uno. Ve lo ricordate? Siamo tutti uguali, la nostra rivoluzione si chiama democrazia diretta. Basta delegare. Tutti fanno tutto. Tutti sono interscambiabili.

Un’ideologia per cui i parlamentari si chiamano “portavoce”, come fossero semplici tramiti – senza alcuna originalità propria – di un’altra voce. La voce del popolo M5S.

Peccato che la dice esattamente il contrario. Dice che la voce di Dibba non è quella di Di Maio, e quella di Di Maio non è quella di Fico, e quella di Taverna non è quella di Lombardi. E che, sì, è cresciuto un leader: Di Maio. Dovrebbero esserne fieri. Dovrebbero festeggiare che qualcuno è emerso dall’indistinto “uno vale uno”. Il paradosso, infatti, è che proprio questa diversità ha reso forte il M5S, il fatto che da una schiera di personaggi improbabili, incominciano a formarsi leadership, personalità, gente che potrebbe perfino governare.

E però l’ideologia grillina, testardamente cieca di fronte alla realtà come tutte le ideologie, insiste a negarlo. No, siamo tutti uguali. E anche il Capo, il candidato premier, non dovrà che attuare il programma scritto da altri, dal popolo. Altra pietosa bugia, come è ovvio.

Ma la contraddizione tra l’ideologia e la realtà è sempre più evidente.

Uno vale uno, ripetono tutti, a , come una mantra, mentre osannano quelli che parlano dal palco, gli “uni” che stanno governando o legiferando e che evidentemente sono diversi, almeno come funzione, dagli “uni” che stanno sotto. Uno vale uno, gridano, mentre applaudono il nuovo Capo, Di Maio, che un po’ più di “uno” evidentemente è. Ma no, non si deve dire.  Si fa ma non si dice.

Come nella favola di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore.

A dir il vero nella breve storia del M5S in tanti hanno gridato che il Re era nudo. Ma sono stati subito zittiti, con una bella espulsione via blog. La grande rivoluzione sarà quando qualcuno lo dirà e non succederà niente.

Ma non può succedere perché l’ideologia non sopporta la realtà. Perfino quando è positiva.

 

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