Lug 15, 2012 - Politica    Commenti disabilitati su Bye bye primarie

Bye bye primarie

Ieri sono stata all’assemblea nazionale del . E mi sono convinta di due cose:

1)      le o non si faranno o saranno finte, nel senso che il risultato sarà scontato

2)      il vero male del Pd, peraltro ereditato da Ds, Pds e Pci, è l’allergia allo scontro

Sulla prima questione, è stata illuminante la relazione di (oltre che le chiacchierate a latere con molti dirigenti del partito, di tutte le componenti). Il segretario, rifiutandosi di fissare una data per la consultazione, ha delineato il seguente percorso: prima si fa la carta d’intenti (cioè il programma), poi su questa base si cercano le alleanze, quindi – consultando gli alleati – si decide quando e con che regole fare le primarie. E “se” farle, anche se questo non l’ha detto. E’ evidente, però, che se i futuri alleati dovessero dirsi indisponibili alle primarie, il Pd, per non mandare all’aria il patto, non potrebbe che rinunciare. E l’ipotesi non  affatto peregrina visto che Casini ha sempre detto di essere contrario. Si potrebbe obiettare: l’Udc può rimanere fuori, ma  il Pd può farle con chi ci sta (da solo o con Vendola). Ma secondo voi Casini (o Vendola), dopo aver fatto l’accordo con Bersani, accetterebbe di mantenere quel patto se il partito cambiasse guida? Mi sembra complicato.

Ma l’elemento che rivela l’ipocrisia di tutta la faccenda, è l’idea che “prima si fa il programma, poi le alleanze, dopo le primarie”. Immaginiamo Bersani che per i prossimi due mesi mette insieme il programma. La parte economica la affida a , quella sulla scuola a , il capitolo sul welfare a Damiano,  la politica estera a D’Alema, la parte sulla Rai ad Orfini. A quel punto il programma verrà votato in direzione, poi in assemblea. Quindi farà un incontro con Casini e Vendola per sottoporglielo e, nel caso ci stiano, comincerà un lungo e faticoso percorso per correggere e modificare il programma. Poi, conclusa questa fase, Bersani dovrebbe dire: bene, ora facciamo le primarie. E cosa fa? Si candida per realizzare un programma che non ha scritto e probabilmente non condivide? Alla guida di un’alleanza che non lo riconosce e che lui stesso avrebbe immaginato diversa? Si presenta dicendo: tutto quello fatto finora è da buttare? Peraltro, e questo è l’aspetto che rende più incredibile questa dilazione, si svolgerebbero a pochi mesi dal voto, con la campagna elettorale già ampiamente avviata.

Le primarie dovrebbero essere un confronto-scontro tra programmi e strategie di alleanze. Chi è per una maggiore presenza dello Stato contro chi è per una minore, chi è per una scuola egualitaria contro chi spinge sul merito, chi è per servizi pubblici locali in mano ai Comuni e chi no, chi ha una visione economica socialdemocratica e chi liberale. Chi per portare oltre il 2013 l’agenda di Monti, chi per ridiscutere le riforme di Fornero & co. Chi è per allearsi con l’Udc e Vendola, chi solo con l’Udc o da soli.

Ma se si arriva alle primarie dopo aver sciolto questi nodi – programmi e alleanze – a cosa servono?

2) E qui arriviamo alla seconda questione. La bagarre sulle unioni gay ha dimostrato come il Pd sia, oltre che distante dalla realtà, allergico allo scontro. In questo momento le unioni civili non sono in cima ai pensieri degli italiani. Ma in ogni caso, perché non si è messo ai voti il documento Cuperlo? Perché non gli odg di Concia, Scalfarotto, Civati? Di cosa si aveva paura? L’allergia al confronto è, purtroppo, un’antica malattia della sinistra italiana, che non è mai riuscita ad affrancarsi dall’idea che  il centralismo democratico fosse sinonimo di forza. Invece è vero il contrario. I partiti si rafforzano se osano confrontarsi al loro interno, anche attraverso uno scontro duro. Tony Blair è venuto fuori così. Obama lo stesso. Il Pd, a parole, si ispira allo stesso metodo. Ma nei fatti ancora non si è convinto che sia la strada giusta.

Comments are closed.