Mar 18, 2016 - Politica    Commenti disabilitati su Caro Inps, tieniti la tua busta arancione

Caro Inps, tieniti la tua busta arancione

pensioneCaro , caro Tito , non mandarmi la . Ti faccio risparmiare la spesa di busta, lettera e francobollo. Sarà poco. Ma meglio che niente. No, non mandarmela. Apprezzo l’intenzione, capisco la filosofia che c’è dietro. Mi sforzo, per così dire, di capirla e immagino sia, suppergiù, questa: è bene che le persone, e in particolare i , siano consapevoli del previdenziale che li aspetta (o sarebbe più corretto dire: che non li aspetta). Capisco, ma proprio per questo insisto: non voglio la busta arancione. Provo a spiegarti perché.

Intanto non è sempre vero che la consapevolezza del futuro sia un bene. Quando non hai modo di cambiarlo, il futuro, quando non puoi produrre un cambiamento o pensi di non poterlo fare perché tutti ti dicono così (compreso tu, caro Inps), e questo è il caso di molti della mia generazione, essere “consapevoli” del futuro in senso contabile, da previsione statistica, come accade con le proiezioni consegnate nelle buste arancioni, è perfino dannoso. Perché può diventare una ragione in più di scoraggiamento. Persino di disimpegno, in chi si lascia andare al pessimismo. Mi spiego: se un 30enne di oggi assunto con contratto a termine o che sbarca il lunario con voucher o che ha dovuto aprire una partita Iva e che arriva a fatica a fine mese, riceverà, come ho letto in alcune previsioni, una di 300 euro, cioè da dover andare alla mensa della Caritas, ha senso che si impegni, che fatichi, che si sacrifichi? Può, con serenità, prendere sul serio un rapporto, fare un figlio, sposarsi? Può farlo, se assume come criteri della propria scelta i modelli che la società ci detta, proponendoceli come dogmi, in termini di benessere, sicurezza, standard minimo per un figlio? Ovvio che no. Può farlo solo se è incosciente o se ha la forza (sua o di amici intorno) di rifiutare quei modelli. Ma succede raramente. Arrivo a dire che, le previsioni delle buste arancioni, in animi fragili potrebbero quasi venir voglia di passare alla delinquenza. O al lavoro nero. O all’evasione totale. Esagero, ovvio. Ma è per rendere l’idea.

C’è, però, anche un’altra ragione, caro Inps, per cui la busta arancione non la voglio. Una ragione di fondo. Vorrei dire esistenziale.

Mi rifiuto di credere che il futuro sia la proiezione statistica del presente. Capisco le ragioni per cui si è scelto di utilizzare questo modello. Ma è un calcolo che non tiene conto fino in fondo di cosa è una persona. Dunque, è falso. Presuppone, infatti, che una persona non possa cambiare lavoro, che non possa crescere, che non possa fare carriera, che non possa avere un’idea o fare un incontro che gli cambia la vita. Che non possa, che so, sposarsi con un miliardario e decidere che preferisce stare a casa coi figli. Presuppone la fissità. Ma proprio l’idea che andiamo verso un destino già scritto, schiavi di un presente che si proietta inesorabilmente sul futuro, che siamo destinati a una immobilità, è la ragione (o l’effetto) della mancanza di speranza. E di tutto quello che ne consegue, a cominciare dal fatto che perdi la voglia di buttarti in qualche cosa. Nasce da qui, da questa diabolica idea di fissità, la fatica di tanti di noi, più o meno giovani, se non l’allergia, a rischiare, spes contra spem. Ed  è il più grande furto fatto alle persone. Aver tolto la voglia di pensare che, lanciandoti, puoi migliorare la tua condizione.  Può succedere qualcosa di imprevisto, di buono.

E non dipende dalla crisi economica. Perché in epoche di guerra, di povertà e incertezza ben maggiori, la gente era pronta a rischiare. Oggi sempre meno.

Per tutte queste ragioni, caro Inps, caro Boeri, tieniti la tua busta arancione. Se proprio vuoi, regalami l’euro, che mi prendo un buon caffè.

 

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