Feb 10, 2017 - Costume    Commenti disabilitati su Caro Michele

Caro Michele

colloquio-di-lavoroCaro ,

ho letto la tua lettera, bella e terribile. E voglio provare a risponderti. Lo faccio tremando, perché di fronte al dolore che ti ha portato a toglierti la vita,  alla ferita mai più rimarginabile dei tuoi genitori, sarebbe meglio tacere. Ma quello che scrivi è troppo importante. Riguarda me, noi, tutti. Ragazzi e adulti.

Perdonami se non ti darò ragione su tutto. Non mi unirò al coro di quelli che, in buona o mala fede, usano la tua storia per l’ennesimo lamento contro il precariato, la globalizzazione, il governo, la politica. Arriverò anche alla politica. Ma dopo.

Proverò a dire cosa ne penso,  sapendo che il tuo ultimo gesto è avvolto in un mistero dentro cui né io né nessun altro potremo mai entrare. E senza pretesa di dare lezioni o di avere la ricetta.

Voglio, però, affrontare quello che ci hai lasciato, la tua lettera.

1) Hai ragione quando scrivi: <Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo>. Di tutta la tua lettera, a mio parere è la frase più bella. Facevi bene a volere il massimo. Facevi bene a volere quella <felicità> di cui accusi il <furto>. Il problema è a chi hai chiesto quel massimo.  Da cosa te lo sei aspettato. Lo hai chiesto al . Ai colloqui dove ricevevi sempre dei “no”. Ecco, allora, l’equazione: se la felicità è il a cui legittimamente aspiro, in assenza di quel , sono infelice. Di più: non valgo niente, sono niente. Non ho senso.

Ma sei sicuro che il lavoro, quello che avresti desiderato, ti avrebbe dato il massimo che cercavi? Sei sicuro che, se in uno dei colloqui, ti avessero preso, anziché dirti ancora no, la tua vita avrebbe raggiunto quella pienezza di cui accusi l’assenza? Dici: se non il massimo, sarebbe stata qualcosa, avrei avuto un po’ di sicurezza, un po’ di soldi, un po’ di stabilità. Qualcosa è meglio che niente.

Scusa, ma mi permetto di dubitare. Ho visto troppe persone, con lavori più che soddisfacenti e redditi invidiabili, morire di infelicità o vivere male. Per quella nostalgia del <massimo> che dici tu. Perché trovavano la realtà sbagliata, come te.

Il lavoro è un elemento fondamentale nella vita e nella costruzione di quello che siamo. Ma l’idea che dal lavoro dipenda la nostra personale realizzazione, la nostra soddisfazione, è una menzogna culturale. Ce la  raccontano da un secolo, è uno dei nuovi dogmi laici: cerca di avere successo, di fare soldi, carriera e sarai felice.

Non è vero. Significherebbe che un uomo che perde un lavoro e non riesce a trovarlo o un malato cronico o chi fa un lavoro che non può dare soddisfazioni, il netturbino piuttosto che il casellante dell’autostrada, è fregato. E’ fallito. La sua vita non ha senso.

Non è così. Dobbiamo avere il coraggio di rifiutare questa logica. Dobbiamo insegnarlo ai nostri figli. Fin da piccoli. Prima di ogni altra considerazione anche giusta sul lavoro che non c’è o sul precariato, dobbiamo restituire al lavoro il suo posto. Il lavoro è un mezzo per vivere. Necessario. Ma non è il fine. E’ un aspetto decisivo della vita. Ma non è la vita. E il tipo di lavoro che faccio non determina la mia dignità, il significato di me stesso.

Questo i nostri nonni lo sapevano. Ogni lavoro, purché sia onesto, è dignitoso, dicevano loro. Noi, no. Noi, purtroppo, non lo pensiamo più. Travolti dalle panzane dei comandamenti laici a cui tributiamo cieca obbedienza e per i quali siamo disposti a sacrificare tutto: devi avere successo, devi guadagnare di più, devi diventare quello che desideri essere, se vuoi, puoi.

E’ giusto cercare il lavoro per cui sei portato, per cui hai studiato, che ti piacerebbe fare. Ma se non lo trovi, dovrebbe essere altrettanto normale cercare altro. Dovrebbe essere normale cercare un lavoro, innanzitutto per avere una fonte di sostentamento. Senza, per questo, sentirsi dei falliti o dei frustrati.

2) C’è, però, anche una responsabilità della politica. Io non credo che lo Stato, il governo, abbia il dovere di dare un lavoro. Io non penso che si abbia diritto di pretendere un lavoro. Lo Stato deve favorire le condizioni perché nascano lavori. Se non lo fa, peggio ancora: se le rende più difficili, allora sì è colpevole.

Questa, semmai, è l’accusa che si può muovere a chi ha governato negli ultimi venti anni, al netto della crisi economica.  Quella di non aver lasciato i giovani abbastanza liberi per “inventarsi” un lavoro. La colpa dello Stato, se c’è, è di aver ucciso nelle giovani generazioni, quelle che per età dovrebbero farlo naturalmente, la voglia di rischiare, di provare a mettere a frutto le proprie passioni, le proprie idee. Questo dovrebbe fare uno Stato sano: incoraggiare il rischio. O almeno non scoraggiarlo. Mentre, da troppo tempo, accade proprio questo. Se oggi hai un’idea, ti passa subito la voglia di realizzarla. Troppe tasse, troppa burocrazia, tempi insostenibili. O sei già ricco, quindi puoi permetterti di perdere tempo e soldi, o nemmeno ci provi.

Non parlo solo di imprese. Parlo di tentativi più piccoli, di iniziativa personale. Penso a ragazzi che si mettono insieme per aprire uno studio professionale o che provano a presentare un progetto al Comune. Ti infili in percorsi kafkiani.

Questa è la grande colpa della politica nei confronti dei giovani come te, Michele. Avere ucciso in voi il coraggio un po’ incosciente di buttarsi. Oggi a un ventenne non passa nemmeno per la testa di  provare a fare qualcosa di proprio. Oggi un trentenne non aprirebbe mai un negozio, un forno, una pizzeria, un bar. Ma siamo pazzi? Eppure non è stato sempre così. Per decenni, anche in Italia, i trentenni aprivano negozi, mettevano su cooperative, imprese, scuole.

Ora si aspetta dallo Stato il lavoro. E lo Stato, straindebitato e affogato nella crisi, alza le mani. Al massimo si arrabatta a cercare di fare prima o poi un reddito minimo. O di mettere soldi negli ammortizzatori sociali.

3) C’è poi un ultimo problema. Abbiamo costruito un mondo, quello cosiddetto capitalistico, che si fonda su un’illusione: l’idea che l’economia di mercato, basata sul profitto, avrebbe portato vantaggi a tutti. Lo so, questo sistema ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà e forse è il meno peggio in circolazione. Ma non possiamo raccontarci che è perfetto. Dobbiamo riconoscere che, per inseguire il profitto, che di per sé non è sbagliato, spesso si è cancellato l’uomo. Lo si è ridotto a un fattore come un altro. Una “risorsa umana”. Allora se è funzionale al profitto, bene. Se no, si butta. Se incomincia a stare a casa per 5 mesi, a causa di quel disturbo chiamato maternità, la risorsa è già meno risorsa. Così come se la “risorsa” ha problemi di orari perché a casa ha un bambino piccolo, eh no. Non va più bene.

Così, pian piano, le persone, se non sono perfettamente funzionali all’utile, diventano scarti, come dice il Papa.

Ma l’economia deve produrre ricchezza per funzionare. Certo. Esistono, però, modi di fare impresa, di guidare pubbliche amministrazioni, che producono utili, che sono efficienti, ma che tengono conto delle persone, trattandole da persone.

Ci sono, esistono, questi posti. Ma sono eccezioni. E’ da lì, secondo me, che si deve ripartire. La rivoluzione economica è che nelle aziende pubbliche o private qualcuno cominci a guardare le persone, come persone. Si farà utile lo stesso. Anche di più. E la gente sarà meno infelice.

E però, caro Michele, il massimo che cerchi non sarà nemmeno in queste imprese più umane, che pure vanno aiutate, incoraggiate. Nemmeno nei sistemi più innovativi. Saranno utili  per aiutare le persone ad avere un lavoro dignitoso. Ma  il massimo è un’altra cosa. Per fortuna. Ha a che fare con la vita, tutta. Con il significato della vita. Compreso il dolore. E o hai la fortuna di intravederlo in alcune persone che hanno una faccia felice, o è difficile, con le proprie forze, darselo.

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