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Dic 4, 2011 - Costume    Commenti disabilitati su Il sogno di Woody (e nostro)

Il sogno di Woody (e nostro)

L’ultimo film di Woody Allen non mi era piaciuto per niente. Invece Midnight in Paris mi ha riconciliato del tutto con il caro Woody. Vi consiglio vivamente di andarlo a vedere. Lieve, sognante, divertente. Io sono morta dal ridere. E, incredibile ma vero, il Nostro si è preso una pausa dal solito pessimismo cosmico e intergalattico

Cos’è Midnight in Paris? La trama non ve la racconto. Vi dico, però, che è un regalo di Woody Allen a se stesso. Ed è il regalo che ciascuno di noi sogna di farsi. Se, per una notte, avessi la bacchetta magica e potessi incontrare i miei idoli, siano scrittori o pittori, registi o artisti, e magari farci una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino, o ballarci un lento, diventare loro amico, per una notte, parlare con loro, passeggiare nelle loro vite, amicizie, amori, chi sceglierei? Il film è questo. Dà forma all'illusione che ciascuno di noi, almeno da bambino (ma io anche ora), ha fatto. La galleria dei personaggi che l’alter ego di Woody, lo scrittore Roy (Owen Wilson) incontra, in una Parigi di sogno, forse un po’ troppo da cartolina turistica,  è strepitosa: Hemingway, Louis Bonuel, Gaugein, Degas, Pablo Picasso, Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald con signora (Zelda), e ovviamente Cole Porter (la colonna sonora di quasi tutti i suoi film)...

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Nov 27, 2011 - Costume    Commenti disabilitati su Tra Hitchcock e Bergman, l’Iran delle grandi domande

Tra Hitchcock e Bergman, l’Iran delle grandi domande

Finalmente un bel film. Chi può lo vada a vedere (ancora per questa settimana a Roma lo trovate qui, nel mio cinema preferito). Asghar Farhadi, il regista, unisce la cura dei dettagli di Hitchcock, la profondità di Bergman, lo studio dell'anima di Rohmer. Il ritmo è veloce (ebbene sì, film iraniano ma per nulla lento), la suspence crescente ti inchioda allo schermo. E' un dramma in forma di giallo. All'inizio un reseconto fedele di un quadretto di vita quotidiana. Poi, con il passare dei minuti, entri nei dilemmi, nelle ambiguità di ciascun personaggio. I dettagli, lasciati sulla scena con apparente indifferenza diventano la tessitura della storia. Te ne accorgi man mano, senza che il regista ti imponga la loro attenzione. Come nella vita. Ma al di là della tecnica, colpisce la capacità di affrontare i grandi temi dentro una storia di semplice quotidianità. Cos'è la verità? Cosa la libertà? Esistono ragioni superiori in nome delle quali è legittimo omettere un pezzo di verità? In un racconto degno di Dostojevsky. E poi le tante declinazioni dell'amore: quello per la figlia, tutto centrato sulla libertà, quello per un padre malato, l'unico davvero gratuito, quello per la moglie che va via, oscillante tra il desiderio di possesso e la consapevolezza che nessuno è nostro...

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