Nov 21, 2016 - Politica    Commenti disabilitati su Di quale verità parliamo (a proposito della post verità)

Di quale verità parliamo (a proposito della post verità)

veritaQuando non si capisce qualcosa, si inventa una parola. Sta succedendo con l’espressione post verità, post , ideata negli Usa dopo la vittoria di Donald e subito diventata di moda in Italia. La nuova formula sta a indicare una fase in cui non conta la verità, le notizie vere, i fatti. Conta il racconto, capace di suscitare emozioni, di rappresentarle o di cavalcarle, anche (soprattutto) se poggiato su menzogne. Le bufale diventano la sostanza delle campagne elettorali. Gli elettori sarebbero diventati tutto d’un tratto indifferenti alla verità. E questo spiegherebbe la vittoria di Donald , di Brexit o, in Italia dei Cinque Stelle piuttosto che della Lega di Salvini.

Provo a elencare due premesse e alcune ragioni per cui questa teoria non mi convince:

Primo: si dà per scontato, ancora una volta, che le persone siano fondamentalmente stupide. Noi, le elité, la classe dirigente (, giornalistica, intellettuale) abbiamo la visione corretta. Tutti gli altri, sotto, sono manipolabili, poco esigenti, influenzabili, ignoranti. Perciò è facile far credere loro delle falsità. Ma se è così, perché questo stesso popolo, altre volte e di recente, ha dato la fiducia a leader che noi consideriamo veritieri, progressisti, competenti?

Secondo: dopo decenni di dittatura relativista, durante la quale ci hanno insegnato che nel discorso pubblico si possono solo confrontare opinioni, diverse e ciascuna legittima, perché la verità non esiste e se anche esiste va estromessa dal dibattito pubblico, ora è tornata di moda la parola verità. Addirittura la si rimpiange, accusando i tempi bui della nuova falsità. Ma perché, se fino a ieri la verità era una roba da integralisti medievali?

E arriviamo al punto: di quale verità stiamo parlando? Qual è la verità che masse di cittadini avrebbero deciso di ignorare per lasciarsi abbindolare da ciarlatani?

Quella, in fin dei conti, del fact checking. La verità dei numeri, delle percentuali, l’oggettività delle statistiche. Quella che stabilisce, appunto, se l’affermazione del candidato x è vera o falsa. Se siamo di fronte a una notizia o a una bufala.

Per carità, non c’è dubbio che i numeri, i fatti, il principio di non contraddizione, contengono una verità. Se Tizio parla delle scie chimiche e le scie chimiche non esistono in natura, ha ovviamente detto una cosa falsa.  Ma è una verità che basta a contenere e spiegare la realtà? Affermare che un dato  è corretto, che un’affermazione è vera, basta a capire tutta la realtà, dunque a dare una lettura vera fino in fondo della realtà?

Un esempio: Barack Obama. Ci hanno spiegato che il Pil americano è cresciuto in modo esponenziale dopo gli anni terribili della crisi, che l’industria automobilistica è rinata, che le banche si sono rimesse in piedi, che grazie all’Obamacare la copertura sanitaria ha raggiunto milioni di persone che prima erano senza tutele.

Affermazioni vere. Ma sono la verità? Cioè: raccontano tutta la realtà (perché la verità o tiene conto di tutto o non è  verità)? La risposta è no. Per gli operai del Michigan, di Detroit, per il ceto medio americano, che ha visto ridurre stipendi e reddito, la verità era (anche) un’altra. E’ il famoso pollo di Trilussa: la media matematica va bene, appunto, in sede matematica.

I numeri, ovviamente, sono importanti. Dicono molto, moltissimo. Ma non dicono tutto. La realtà è molto più complicata. E sfugge ai numeri, alle foto di insieme. Basta andare nelle nostre periferie, eternamente nel cono d’ombra salvo all’indomani di un’elezione che dà risultati che nessuno si aspettava. E allora tutti a dire: ah, le periferie. E’ che le periferie, il mondo lontano dal “centro”, vivono in un mondo di cui non si parla. Un mondo fantasma. Che non si può nemmeno raccontare. Perché contraddice il main-stream, il politicamente corretto. Perché raccontano un’immigrazione che non è quella di cui ci piace parlare per sentirci buoni e “civili”. Perché raccontano di elettori di sinistra che non vogliono gli immigrati (non “accolti” così). Perché raccontano di priorità che non sono i matrimoni gay o il reddito di cittadinanza.

E potrei andare avanti.

Per questo, a me pare, la gente si è stufata. Non  è un caso il successo di Checco Zalone. Si  è stufata della verità del politicamente corretto, che è una menzogna. Perché è una verità che racconta solo una parte. E allora è tale e quale alle menzogne raccontate da Trump o da Grillo. Solo meglio vestita.  Per questo si comincia a guardare non alla verità dei fatti, ma alla capacità di essere vicino, normale. Si preferisce affidarsi (buttarsi) su qualcuno che magari non è competente, magari è pure un bugiardo, ma almeno dà l’idea di non essere proprio fuori dal mondo. Dà l’idea di essersi accorto di quello che migliaia di persone vivono. E’ un grido che, se avesse il sonoro, sarebbe così: io ci sono! Io esisto, anche se voi non ve ne siete accorti.

Cosa che, sia ben inteso, non basta. Non basta affatto a risolvere i problemi. Ma è più del racconto finto di un mondo che illumina sempre e solo la parte che ci piace illuminare.

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