Nov 4, 2016 - Politica    Commenti disabilitati su Generazione di terremotati

Generazione di terremotati

St. Benedict's Cathedral in the ancient city of Norcia is seen following an earthquake in central Italy, October 31, 2016. REUTERS/Remo Casilli

St. Benedict’s Cathedral in the ancient city of Norcia is seen following an earthquake in central Italy, October 31, 2016. REUTERS/Remo Casilli

Siamo terremotati. Anche noi che le case, ancora, le abbiamo. Noi che non siamo stati travolti dalla violenza della natura.

Avere un tetto sopra la testa, poter vivere dentro le mura della propria casa, nella propria città, non sentire ogni giorno la terra che trema, è una fortuna inestimabile. Noi risparmiati dalle scosse siamo, è vero, dei fortunati. E ogni volta che guardo o sento parlare la gente che in pochi secondi ha visto la vita cambiata, ho un buco allo stomaco.

Conviviamo, però, con altre scosse. Per altri versi non meno terribili. Scosse per un lavoro che perdi o stai per perdere. Per una malattia. Per una frattura che si apre in un rapporto. Per l’incertezza del futuro. E, come nelle scosse della terra, il peggio è il dopo. Perché vivi tramortito, incerto. O rabbioso. Siamo una generazione di terremotati. Costruiamo case esistenziali che vengono giù al primo soffio. O ci abituiamo a non costruirle. A vivere senza muri. Inseguendo una libertà che finisce per franarci addosso. E così camminiamo tra le macerie.

Per questo mi è sembrato un bel segno la volontà di ricostruire, al più presto, la Basilica di San Benedetto a Norcia.

Si può costruire solo su un terreno solido. E se il modo in cui si tirano su i muri è a prova di altre scosse.

Se parliamo di mattoni, il modo è noto.  Ma se da ricostruire è l’esistenza, la trama dei rapporti, il nostro atteggiamento di fronte alla realtà?

Bisognerebbe partire da qualcosa che non può franare. Servirebbe qualcosa, o qualcuno, che non è sottoposto alle leggi fisiche, per le quali tutto è destinato a deperire. Qualcosa o qualcuno che non ha la volubilità dei sentimenti, delle impressioni. Qualcosa o qualcuno di eterno. E però che sia presente ora. Che faccia sussistere, ora, le cose. Me. Te.

La Basilica di San Benedetto è il segno concreto di questa inimmaginabile possibilità. I suoi monaci, uomini che hanno scelto di dare corpo e anima a Dio, sono il segno di questo. Per questo la gente semplice vuole bene alla Basilica. E a quegli uomini vestiti di bianco. Perché hanno intuito che di là passa anche quell’altra ricostruzione. Quella che  nessun decreto può mettere in moto. Quella che riguarda anche noi.

 

 

 

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