Dic 15, 2016 - Politica    Commenti disabilitati su Le ragioni del No, l’ottimismo, la realtà

Le ragioni del No, l’ottimismo, la realtà

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Quando si dice che è stata una valanga, è letteralmente così. Nel senso che il No è sostanzialmente omogeneo dal punto di vista geografico (ha vinto il Sì, di poco, solo nelle tre regioni rosse), trasversale dal punto di vista sociale e professionale (in cima alla classifica degli elettori che hanno votato No troviamo disoccupati, ma anche impiegati, casalinghe e studenti) e per età (ha raggiunto vette altissime negli under 35, ma è di gran lunga maggioritario in tutte le persone sotto i 55 anni).

Dunque, mi pare, questi dati dicono alcune cose:

Il merito della riforma c’entra molto poco. Ed è il motivo per cui non è riuscita l’offensiva di nei confronti dell’elettorato di centro, di destra o grillino. Nelle motivazioni che hanno spinto gli elettori a votare rientra, ma è sullo sfondo. E’ sbagliato?  Gli elettori dovevano stare al quesito? No. Un cittadino ha il diritto di votare per le ragioni più disparate. Le motivazioni di chi vota sono insindacabili. Se crediamo nel suffragio universale. Se no, diciamo che vogliamo far votare solo chi supera un test e risponde alla motivazione che noi riteniamo giusta

Semmai, bisogna chiedersi perché gran parte degli italiani ha di fatto ignorato il quesito. Perché non era informato, perché non l’aveva capito? Perché era stato disinformato dalla propaganda del No o del Sì (la famosa personalizzazione di cui si accusa Renzi)?

No. Secondo me gran parte di chi è andato al voto ha scientemente ignorato l’oggetto della riforma. Ha, cioè, utilizzato questa occasione elettorale, per dire qualcos’altro: no. Non alla riforma ma al , al premier. Hanno sbagliato? E’ stato scorretto? Sarebbe come se, di fronte a  un tale che prende un coltello da cucina e lo usa per uccidere qualcuno, noi ci arrabbiassimo con lui perché ha usato il coltello e non, che so, una pistola. Come se lo rimproverassimo di non sapere che il coltello è fatto per tagliare la carne non certo per ammazzare qualcuno. Senza chiederci cosa lo ha spinto a un gesto così estremo. Credete che il tale non lo sappia che il coltello da cucina si usa per il cibo? Certo che lo sa. Ma, evidentemente, è più urgente per lui un altro obiettivo.

Allora il punto sui cui interrogarsi, a me pare, è la motivazione che sta dietro questa valanga di no. Anzi le motivazioni, perché sono tante. Diverse e a volte in conflitto tra loro. Cosa ha pesato di più?

  1. Senza dubbio ha contato la economica, l’esclusione di giovani o meno giovani dal mercato dal lavoro, la precarietà del proprio posto di lavoro o di quello dei propri figli o dei nipoti, l’impoverimento generale di tutti le classi, in particolare di quella che una volta era la classe media. A questo si è aggiunto, soprattutto al Nord e in particolare al Nord Est, il tema dell’immigrazione: il piano di distribuzione dei profughi è stato gestito malissimo, con decisioni imposte dall’alto e scaricandolo troppo spesso in zone che già avevano difficoltà.
  2. Si ripropone il tema del gap tra centro e periferie. Non a caso nei quartieri centrali delle metropoli spesso ha prevalso il Sì, nelle periferie disagiate il No. Ci sono due Italie. E una è sempre nell’ombra, dimenticata, trattata come razzista o ignorante, sub-umana, incivile, fascista. Senza accorgersi che molte di queste persone avevano votato Pd o Ds fino a ieri. Insomma erano dalla parte dei “civili”. Quanto agli altri, se vuoi governare dovresti avere i loro voti. L’insofferenza di queste città nella città non trova mai voce. Né, soprattutto, comprensione. Per questo, appena hanno la possibilità di votare, vanno in massa a lanciare il loro grido di rivolta.
  3. Ovviamente questa trasformazione politica del voto ha reso numericamente impossibile, per Renzi, vincere. Se la scelta era Renzi contro tutti, Pd contro tutti gli altri, era matematicamente impossibile vincere. Ed è stato così. Il Pd ha esteso praticamente al massimo i propri voti. Ma non ne ha presi dagli altri.
  4. Ma restiamo alle motivazioni del No, perché comunque, nel No, ci sono elettori che non sono del Pd ma che, due anni fa, alle Europee, avevano votato il Pd perché c’era Renzi. Il , invece, ha certificato l’arresto di quella trasversalità che era stata la marcia in più dell’ex premier. Si può obiettare: tutti questi problemi esistono da anni. E non si possono addebitare a Renzi. Anzi, Renzi ha provato a migliorare qualcosa. Vero.
  5. E qui arriviamo al punto. Come mai Renzi, che bisogna ammettere ci ha provato a fare qualcosa su tutti questi punti (dal lavoro alle periferie, dal sud alla pensioni), è stato travolto da questa ondata di rigetto?
  6. C’è un fattore su cui, secondo me, si è poco parlato. E riguarda proprio il premier, il tono che ha segnato questi suoi mille giorni. Nel tentativo di ridare fiducia al Paese, Renzi ha puntato tutto sul racconto della “svolta buona”, dell’Italia <che ce la fa>, del <passo dopo passo>, del cambiamento che si realizza. L’Italia che fa contro l’Italia che si lamenta e basta, l’Italia dei campioni olimpionici contro quella dei fannulloni, il futuro contro il passato, il bene contro il male. E’ stata una scelta consapevole, politica, voluta. Da cui è derivato anche uno stile: le slide sbarazzine, ottimistiche, il costante arrotondamento per eccesso delle cose fatte, dei risultati ottenuti, la ripetizione del mantra stiamo cambiando l’Italia. Cose in parte normali in chi governa, ci mancherebbe che uno non difendesse quello che fa. Ma, secondo me, un po’ si è esagerato. E questa esagerazione, alla lunga, ha provocato fastidio, rigetto. Perché ha dato l’impressione, a chi invece fatica e ha mille motivi veri per lamentarsi, che chi governa fosse distante anni da luce. Ha fatto esplodere la contraddizione. Se io sto male e vedo in TV qualcuno che mi dice che dovrei stare bene e non ho motivi di lamentarmi, mi girano le scatole. La mancanza di realismo viene percepita come mancanza di comprensione.
  7. Ci sono due cose che le persone, indipendentemente dal grado di istruzione o di informazione, intuiscono e valutano con severità: l’autenticità e la capacità di vicinanza,di comprensione, di chi governa. Renzi, soprattutto nell’ultimo anno,  è stato carente su questi due fronti. Questo è il suo più grande errore. Magari in buona fede, ma ha dato l’impressione di “camuffare” la realtà. Sui dati del lavoro, per esempio, non volendo ammettere che il Jobs Act, senza dubbio una buona riforma, aveva dei limiti. Ma il racconto della svolta buona non è stato corretto di un millimetro. L’ottimismo della volontà, sempre a tutti i costi, ha fatto venire meno una categoria fondamentale del riformismo: il realismo. Ed è mancato di autenticità quando, negli ultimi mesi, impegnato a difendere la riforma , ha prospettato conseguenze  di ogni tipo dalla vittoria del sì. E poi la capacità di vicinanza con chi sta male.  L’abbiamo visto immortalato in tante foto con atleti vincitori di qualche gara, poco con disoccupati o gente che vive nelle periferie di cui sopra.  Come lo abbiamo sentito poco parlare a queste persone.
  8. Il voto dei giovani, di gran lunga per il NO, si spiega secondo me soprattutto con questa mancanza. Oltre che con cambiamenti che in larga parte non si percepiscono. Perché i giovani hanno antenne particolari nel valutare l’autenticità. O sei vero fino in fondo, anche ammettendo i tuoi limiti, o nemmeno ti ascoltano. Per questo, il Renzi della sconfitta, quello che ha parlato la notte di domenica 4, rispettoso del voto e umile, è stato il miglior Renzi degli ultimi mesi. Perché vero.

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