Mar 1, 2017 - Costume, Politica    Commenti disabilitati su Libertà, Stato, dolore. Pensando a Fabo.

Libertà, Stato, dolore. Pensando a Fabo.

volareOgni parola di fronte a questa vicenda è fuori misura. Perciò non voglio parlare di Fabo. Vorrei parlare a . Guardarlo. Ma questo, ormai, non è possibile.

Provo, però, a toccare alcuni punti del dibattito che ne è nato.

Questa vicenda non c’entra nulla con il testamento biologico, all’esame del Parlamento. Le dichiarazioni sul fine vita riguardano la possibilità di mettere per iscritto le proprie volontà rispetto ai trattamenti medici a cui essere o meno sottoposti, nel caso in cui non si sia più in grado di esprimere la propria volontà.

Altro è il caso di una persona in grado di intendere e di volere che chiede allo di porre fine alla sua vita per sofferenze che ritiene insopportabili. Persona colpita non da una malattia che lo sta portando a morire, ma segnata da una . Gravissima, ma . Si chiama assistito. Ipocrita formula per dire che lo ti uccide perché glielo chiedi.

In fondo, si dirà, il punto è lo stesso: se la qualità della vita di una persona è azzerata, che sia per una malattia terminale o per una disabilità gravissima, poco importa. Se non si sente più libera, se la vita che vive non la considera più vita, perché non puoi chiedere allo Stato di farti morire?

Si dice: vergognati, Stato italiano, che non hai saputo aiutare un tuo cittadino che chiedeva di morire in pace.

Prima di tutto: a chi si chiede la ? Allo Stato.  Posto che ciascuno può in qualunque momento togliersi la vita, qui si chiede di stabilire per legge che lo Stato, se richiesto, deve dare la morte a una persona. Dunque vorremmo dare allo Stato il diritto di vita e di morte sui suoi cittadini; vorremmo una legge che stabilisca quando la richiesta di un cittadino di morire è “accettabile” o no. E in base a cosa si deciderà? Lo stabilirà una maggioranza, un team di medici, di filosofi? Davvero pensiamo che qualcuno sia in grado di definirlo? E davvero vogliamo dare allo Stato questo diritto? Io credo sarebbe gravissimo. Solo uno Stato confessionale o totalitario può decidere chi vive e chi muore.

Si obietterà: il confine lo stabilisce chi fa la richiesta. Se io liberamente lo chiedo, tu, Stato, devi assecondare il mio desiderio. Ma significa accettare che chiunque, in un momento di difficoltà, può chiedere di essere ucciso e ottenerlo. Senza che nessuno accerti se la richiesta ha “fondamento” o no. Ovvio che non si può.

In conclusione, a me pare inaccettabile chiedere allo Stato, che nella sua carta parla di diritto alla salute, alla vita, di bene comune, il diritto di morire.

Le domande decisive, però, restano. E sono due.

  1. La vita segnata da una disabilità gravissima, da una menomazione che mangia tutto di te, è ancora vita?
  2. E poi: se non sono libero di muovermi, di camminare, di parlare, di fare la vita che facevo prima, che senso ha vivere?

Il primo equivoco è che quando si parla di vita, spesso si intende una certa idea di vita. La vita come la immaginiamo quando pensiamo a una vita che crediamo ideale. Dietro l’espressione “qualità della vita” c’è questo: la possibilità di fare certe cose che invece  non possiamo fare, di avere una certa casa, certi figli, certi mariti, un certo lavoro. Insomma, la vita è quello che ci immaginiamo secondo uno standard esterno. E allora a cosa si riduce la nostra vita, quella reale? Alla sopravvivenza. Non viviamo. Sopravviviamo. Quando poi succede qualcosa che allontana ancora di più la nostra vita da quella che immaginiamo come ideale, tutto crolla. La vita non ha senso. Ma davvero il significato della vita dipende dalle contingenze che viviamo?

Dentro questa dittatura del benessere e di un’immaginaria qualità della vita da cui dipende il significato della vita, ci diventa intollerabile il dolore. Di più: è sistematicamente rimosso. Come non-vita. Come qualcosa da eliminare subito. Il sacrificio. La fatica. La malattia. Ossia quella condizione che, se fossimo realisti, dovremmo riconoscere come parte ineliminabile della vita. Invece siamo culturalmente incapaci di sostenere il dolore, il “suono discorde” della realtà. Siccome l’equazione è vita uguale benessere, tutto quello che provoca un non-benessere va eliminato. Non mi dai più benessere? Ti lascio. Per lo stesso principio, cancelliamo dalla nostra visuale chi non ha una qualità della vita per noi accettabile.  I malati, i disabili, i vecchi, i barboni, i carcerati. Fantasmi. Perché fanno una vita priva di qualità, non sono più in grado di “funzionare”, di fare. Non servono. Quindi non esistono.

Paradossalmente, più proviamo a eliminare dalla vita il dolore, più diventiamo deboli. I nostri nonni hanno patito la guerra, la fame. Eppure noi stiamo peggio. Soffriamo di più. Andiamo dallo psicanalista molto più che dal fornaio. Perché siamo disarmati, schiavi di quello che immaginiamo e sentiamo. Perciò progressivamente più fragili.

Questa, si dirà, è la condizione di tutti. Ma se poi ti succede un incidente che ti priva davvero di ogni di movimento, che ti rende schiavo, sofferente 24 ore su 24?

E qui arriviamo al punto: cos’è la libertà? In questa schiavitù culturale, essere liberi vuol dire essere totalmente autonomi. Privi di limiti. Poter fare tutto quello che si desidera. Poter scegliere di fare, di andare dove voglio. Essere padroni del proprio corpo, tempo. L’autodeterminazione. Ma siamo sicuri che la libertà sia questo?

E’ esperienza comune che quando si è davanti a un ventaglio di scelte, o prima di un viaggio, si prova ansia, più che soddisfazione. Anzi, più aumentano le scelte, più aumenta la paura. E, fatta la scelta, si prova il rimpianto per le opzioni che si sono scartate.

Quando ci troviamo a dire “mi sento libero, che senso di libertà“? Quando siamo in una situazione che ci rende appagati. Felici. Spesso succede quando si è innamorati. Eppure una persona, anche amata, è un limite. E che limite. O di fronte a qualcosa di eccezionalmente bello. Un paesaggio mozzafiato, un’opera d’arte, un brano di musica. Questa, solo questa, è la libertà. Poter godere di un bene che ci riempie, che colma il buco che siamo. Quindi è molto di più della possibilità di muoversi, di fare certe cose. Anzi, non dipende da questo.

Ovviamente l’impossibilità di muoversi o di vedere è una grande limitazione della libertà.  Ma l’esperienza di disabili gravissimi, la loro voce, non la mia, anche in questi giorni, dice che si può essere liberi nel senso vero del termine, pur nell’assoluta o quasi impossibilità di muoversi. Si può diventare artisti, geni o semplicemente persone grandi. Umanità grandi. Succede.

Ma succede quando, amati profondamente, si scopre di avere un valore, un senso, che prescinde dalla condizione fisica o morale in cui siamo. Allora ci si sente liberati. Allora, di fronte a qualcuno che ti guarda così, si fa esperienza di libertà. Non importa più quello che riesco a fare. Un neonato non può fare granché. La sua vita, però, ha un senso indiscutibile. E non solo perché diventerà un adulto.

Forse, allora, il problema non è la qualità della nostra vita. Ma il senso.

Un mondo che giudica le persone per quello che possono fare, è un mondo mostruoso. Disumano. Giudicarsi su questo è già la morte. Prima ancora che accada.

L’autodeterminazione non è libertà. Si chiama inferno. Anche quando il fisico ci obbedisce. Perché ci condanna al nostro limite, ci rigetta nel buco che siamo. Noi, invece, vogliamo altro. Vogliamo essere liberati. E questo succede se la nostra vita, quella reale, non quella immaginata, ha senso. Un senso che non dipende da quello che facciamo.

Non me la sento di dire nulla di Fabo. E nemmeno della sua fidanzata, che per anni gli è stata accanto con un amore di fronte a cui bisogna solo stare zitti. Si sono arresi. Per un mistero dentro cui non entro. Ma li capisco. Anche io mi sarei arresa, se non fossi stata guardata in modo vero. Ma mi rifiuto di pensare che non ci sia alternativa. Perché la vedo. L’ho letta nelle parole di Matteo, che ha 19 anni, non parla e non cammina.

Allo Stato, invece, si deve chiedere non di aiutare a morire, ma di non lasciare sole, nella fisica, nella difficoltà economica, nell’apartheid di fatto o nella giungla burocratica, le persone a cui succede un incidente grave, i malati gravi. Che i familiari non siano soli. Che queste persone, amputate nella possibilità di muoversi, vedano che sono parte indispensabile della comunità che siamo.  Infinitamente preziose. Non per modo dire. Ma perché è realmente così.

 

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