Gen 14, 2017 - Costume, Politica    Commenti disabilitati su Un mondo senza padri e madri

Un mondo senza padri e madri

casa-omicidio-PontelangorinoSi può uccidere i propri genitori a sedici anni? Si può uccidere chi ti ha fatto, cresciuto, amato? Si può uccidere perché un amico te lo chiede, dandoti 85 euro per il disturbo? Possibile che a , una manciata di villette nella bassa ferrarese, il giardino intorno, le vie deserte, un bar, la chiesa, la farmacia, che lì, dove non succede mai niente, dove il cielo schiaccia la terra, si scateni l’orrore? Tra le righe delle cronache lette in questi giorni o nei commenti, traspare questa domanda. Senza risposta. Come uno sbigottimento, un’incredulità.

Voglio dirlo senza giri di parole: sì, si può uccidere a sedici anni. Smettiamola di sorprenderci del male e di cercare, subito, una spiegazione sociologica, culturale, psicologica, politica. Smettiamola di pensare che a sedici anni non si sia già . E che un adulto non possa concepire e fare il male. Perfino un bambino può fare il male. Solo che ha strumenti intellettivi e fisici minori. E quindi, in genere, è meno pericoloso. Ma il male esiste. L’uomo è capace di fare il male. Fin da subito.

La grande menzogna culturale da cui siamo pervasi è, innanzitutto,  l’idea che l’uomo sia buono, naturalmente buono. Poi è la società che lo rovina, il contesto. Non è così. Basterebbe avere un minimo di memoria, ricordare i tanti casi di cronaca che periodicamente demoliscono l’illusione illuminista del buon selvaggio. E non si tratta di casi clinici. Nove volte su dieci le perizie psichiche hanno dimostrato la sanità mentale dei giovani omicidi.

Lo dico per sgombrare il campo da facili scappatoie.

Allora è normale quello che è successo? Nessuno ha niente di cui rimproverarsi?

No, assolutamente no. Quei due ragazzi erano liberi e dunque interamente responsabili del male che hanno fatto.

Detto questo, ciascuno di noi è fatto di libertà, ma anche dei rapporti che ha. Il contesto non determina i nostri atti, quindi non può essere un alibi. Ma quello che siamo (il terreno da cui nascono i nostri liberi e personali atti) prende forma dentro alcuni rapporti che contano. Ciascuno cresce, cambia, assume un volto nella trama di relazioni che vive. E questa trama, sempre decisiva, diventa cruciale negli anni dell’adolescenza. Lì si gioca in gran parte quello che diventerai a trenta, quarant’anni. Sono anni in cui si è come un vaso di argilla: il materiale c’è già tutto, non se ne aggiungerà un grammo in più, ma è materia fragile, plasmabile, pronta a essere tutto e il contrario di tutto. E’ l’età in cui si è adulti – si ragiona, si ama, si desidera, si chiede, si agisce con la consapevolezza di un quarantenne o cinquantenne – ma nello stesso tempo si vive il dramma di non riuscire sempre a realizzare, a mettere in pratica quello che si pensa o si desidera o si capisce. Età bellissima e difficilissima. Quindi soprattutto in quegli anni sono decisivi i rapporti. Ma non penso tanto agli amici, di cui molti genitori sono ossessionati.  E’ fondamentale il rapporto con degli adulti, con un adulto. Con qualcuno che ti dica che non sei sbagliato, che il dramma che vivi (che ogni adolescente vive), può finire bene. E che ha l’autorevolezza per dirtelo. Un ragazzo, a quell’età, è come il Po in piena. Ha bisogno di argini e di un mare verso cui andare. Lo chiede disperatamente.

Ed è quello che noi abbiamo loro sottratto. Abbiamo dato tutto a quei ragazzi. Tranne dei compiti alti. Delle missioni per cui valga la pena far fatica. Perché noi stessi, nelle nostre vite, rinunciamo a compiti grandi.

E abbiamo tolto loro degli adulti. Perché noi stessi non lo siamo. Siamo tutti . Coi capelli bianchi, ma .

La grande colpa del mondo intorno a Riccardo e Manuel, della cultura che ci pervade e li ha pervasi, è averli lasciati soli e senza un compito all’altezza dei loro desideri. Liberi di correre da soli. Verso il nulla.  Come un’auto che corre controsenso in autostrada. Abbiamo raccontato loro che questa è la libertà. E poi gli abbiamo chiesto di fare i compiti per bene.

Non hanno colpa quei due poveri genitori. O non ne hanno più di quanto non ne abbia qualunque genitore. Si sbaglia fin dall’inizio. Ogni giorno, quando si ha un figlio, si sbaglia.

Il problema riguarda loro, sì, ma soprattutto tutti gli altri adulti intorno a Riccardo e Manuel. Il mondo, tutto, che abbiamo costruito. La cultura in cui siamo immersi. Adulti che non fanno gli adulti. Maestri che hanno paura di fare i maestri. Preti che non sono padri. Professoresse che non sono madri. Una melassa di sentimenti, di dovere e di irresponsabilità.

Per fortuna ci sono eccezioni. Tante, tantissime. Ci sono uomini e donne grandi. E dove ci sono, i ragazzi fioriscono. Diventano uomini e donne.

Gli adolescenti hanno un bisogno bruciante di braccia forti, di mani buone, di certezze. Ma non possono essere quelli di chi li ha generati. Perché in quell’età si ha un normale rifiuto per i propri genitori. Per questo occorre, in quegli anni, trovare fuori dalla villetta ben ordinata dove si è cresciuti, dei padri e delle madri. Cioè adulti che sanno stare in piedi, che non hanno paura di camminare nel dramma della vita. Gente che cammina verso qualcosa di grande. Persone che non hanno la vita sistemata, ma che sono certi del traguardo, della positività del finale.

Mentre gli adulti di oggi sono tremanti tanto e più dei ragazzini. Sono incerti, dubbiosi, instabili, infantili. Fingono che va tutto bene oppure sono disperati. Incapaci di scegliere, incapaci di dire qualcosa con certezza. Sanno maneggiare al massimo uno smartphone, non sanno cos’è il timone di una barca, non sanno cos’è il sacrificio, cosa il coraggio. I ragazzi lo intuiscono e fuggono. E rimangono da soli. Qui comincia l’inferno.

Il problema educativo è tutto qui. Se vogliamo che i nostri ragazzi crescano, che non si perdano nel nulla della disperazione o della violenza, iniziamo noi adulti a essere seri. Noi, con la nostra vita.

 

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