Set 7, 2017 - Politica    Commenti disabilitati su Quell’inquietudine per la ragione e la verità, arrivederci mio caro vescovo

Quell’inquietudine per la ragione e la verità, arrivederci mio caro vescovo

carlo caff

E’ stata la mia prima intervista. Ero una ragazzina, alle prime, primissime armi. Collaboravo con il giornale della Diocesi, La voce di Ferrara, e non so perché don Massimo, il direttore, chiese a me di andare dal vescovo. Anzi dall’arcivescovo, anche se noi dicevamo vescovo. Era poco prima di Pasqua. Ero intimorita, non sapevo bene cosa dire o fare. I lunghi corridoi dell’Arcivescovado, i soffitti altissimi, le grandi porte, amplificavano, poi, la mia timidezza. Stimavo Caffarra. Ascoltando le sue omelie e leggendo i suoi scritti mi avevano affascinato l’acutezza del pensiero e la limpidezza delle parole, la nettezza con cui indagava, obbediente fino all’ultimo alla ragione.  L’argomentare rigoroso, aristotelico, nesso dopo nesso, obiezione contro obiezione. Io, che sono sempre stata una malata di logica, che sentivo forte il bisogno di capire tutto, ero rimasta soggiogata. Un uomo di fede e così rigorosamente logico.

Ma non lo avevo mai incontrato di persona.

Mi ricevette in un salottino. Provai a baciargli l’anello, ma ritirò la mano. Ricordo molto poco della conversazione. Invece ho un ricordo preciso dei suoi occhi, vivacissimi, della sua voce, flebile di intensità, ma scattante. Della precisione, quasi ossessiva, con cui cercava le parole esatte per esprimere il concetto che aveva in mente. Ricordo il sorriso, buono, paterno, paziente. E ricordo come, dopo l’intervista, mi fece un sacco di domande. Su di me, sulla mia vita. Era interessato a me. Lui, l’arcivescovo. A me, che non contavo niente.

Questa impressione si è ripetuta, negli anni, ogni volta che l’ho incontrato. Oggi tutti ricordano, giustamente, il grande teologo, l’intellettuale, l’esperto di bioetica che è Carlo Caffarra è stato.

E’ stato anche un grande padre, una persona attenta ai dettagli, alla vita delle persone. Ogni volta che mi incontrava mi chiedeva di mia mamma, mio papà. Ma non era una domanda formale, distratta. Era una domanda vera. Non so spiegare, ma si capiva che davvero era interessato. Aveva un’attenzione che può venire solo dall’essere preso, afferrato, dall’amore di Cristo.

Voleva bene, come solo i santi sanno voler bene. Portava i pesi, i suoi e degli altri, con la leggerezza dei santi. La fermezza con cui condannava i tradimenti della vita, la violenza contro l’uomo, erano pari alla dolcezza con cui trattava le singole persone. Ogni volta che lo incontravo, a distanza di anni, notavo il tempo che passava, i segni sul viso, i capelli più bianchi.  Ma gli occhi erano gli stessi. Inquieti, assetati di verità, afferrati da una Persona che è la Verità. E l’espressione era sempre più addolcita.

Caro, carissimo cardinale, grazie di tutto. Grazie degli scritti luminosi che ci hai lasciato, della fatica spesa a verificare la ragionevolezza della fede in tutto, fin nella biologia. Grazie di esserci stato padre. Grazie dei pesi che hai portato, delle ferite che hai sopportato anche per noi. Hai dato la vita per la Verità, senza risparmiare nulla di te, chiedi, per noi, la Grazia di poter fare lo stesso.

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